Come nasce il piano triennale

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1.1 Come nasce il piano triennale

La nostra Carta Costituzionale, entrata in vigore il primo gennaio 1948, esalta, tra i principi cardine dell'ordinamento giuridico, l'importanza di assicurare a tutti i cittadini l'uguaglianza non solo formale (art. 3, co. 1), ma anche sostanziale (art.3, co 2), rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che potrebbero limitare lo sviluppo della persona umana.

Il raggiungimento di tale ultimo obiettivo avviene - tra l'altro -  attraverso il riconoscimento del diritto all'istruzione obbligatoria.

Di conseguenza, fermo restando in capo ai genitori il dovere di educare ed istruire i figli (art.30), lo Stato detta norme generali sull'istruzione (art.33, co 1), rendendo effettivo il raggiungimento, per i capaci e meritevoli anche privi di mezzi, dei gradi più alti degli studi (art. 34, co 3,4). Inoltre, la nostra Legge Fondamentale, riconosce la libertà di insegnamento, nonchè il diritto di accedere liberamente al sistema scolastico in quanto "(...) la scuola è aperta a tutti"(art. 34, co 1,2).

La legislazione scolastica successiva all'entrata in vigore della Costituzione si è conformata a tali principi.

I Decreti Delegati del 1974 costituirono "il primo tentativo di dare una effettiva, ordinata e coerente attuazione ai principi della Costituzione della Repubblica Italiana concernente la scuola statale italiana  ed hanno rappresentato di fatto il primo testo unico organico riguardante l'istruzione non universitaria nell'Italia repubblicana.

In particolare,  il titolo I del D.P.R. 416/1974 riguardava  prevalentemente gli organi di partecipazione democratica nella scuola.

 Venivano, infatti,  costituiti gli organi collegiali della scuola, "al fine di realizzare" dice la legge all'articolo 1 "la partecipazione nella gestione della scuola dando ad essa il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica".

Il principio partecipativo è  stato successivamente coniugato con le istanze di contestualizzazione territoriale della formazione scolastica, attraverso l'art. 21 della legge n. 59 del 1997 ( cosiddetta prima legge Bassanini) che ha l'introdotto la autonomia  delle istituzioni scolastiche e degli istituti educativi (c.d. autonomia scolastica). 

 Il suddetto articolo introduce il decentramento amministrativo attribuendo alle istituzioni scolastiche autonomia funzionale, ancorata al principio di sussidiarietà rispetto al quadro della legislazione statale e regionale di riferimento.

Il successivo D.P.R. n. 275 del 1999, poi, regolamenta l'autonomia scolastica, chiarendo e definendo gli aspetti specifici quali l'autonomia didattica, organizzativa e di ricerca.

In particolare, attraverso l’autonomia scolastica si è voluta stimolare  la capacità di progettare e realizzare interventi educativi di formazione e istruzione finalizzati allo sviluppo e alla crescita della persona umana.

Gli interventi educativi previsti devono essere coerenti con i diversi contesti territoriali e con la domanda delle famiglie, con l’obiettivo di migliorare l’efficacia del processo d’insegnamento e d’apprendimento, al fine di garantire agli alunni il successo formativo mediante l’utilizzo di risorse umane, economiche e strutturali.

All'autonomia scolastica si affianca quindi l’autonomia didattica,  finalizzata alla realizzazione degli obiettivi nazionali del sistema istruzione pur nel quadro della flessibilizzazione degli interventi educativi .

L’autonomia didattica s’esprime nel curricolo vale a dire il piano di studi, che deve essere coerente con gli obiettivi generali ed educativi dei diversi tipi ed indirizzi di studi stabiliti a livello nazionale.

La struttura del curricolo si compone di tre livelli:

1) una parte prescrittiva, con le attività e le discipline fondamentali, il monte ore annuale da dedicarvi, gli obiettivi e gli standard d’apprendimento determinati a livello nazionale;

2) una parte opzionale, che integra il curricolo lasciato all’autonoma determinazione delle scuole con una pluralità di offerte tra le quali gli alunni hanno il diritto di scegliere;

3) una parte facoltativa con l’arricchimento del curricolo attraverso attività e discipline aggiuntive, programmate e realizzate con l’accordo di soggetti esterni alla scuola (enti locali e/o agenzie formative).

La legislazione che è succeduta,  nell’ottica dell’autonomia didattica,  obbliga le scuole ad adottare procedure e strumenti di verifica e valutazione della produttività scolastica e del raggiungimento degli obiettivi previsti dal Piano dell’Offerta Formativa (P.O.F.).

 L'art. 3 del D.P.R. n. 275  definisce il Piano dell'Offerta Formativa (P.O.F.) come " Documento fondamentale dell'identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche ed esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa ed organizzativa che le singole scuole adottano nell'ambito della loro autonomia". Il regolamento definisce anche l'iter di formazione del P.O.F.: elaborazione da parte del Collegio dei Docenti sulla base di indirizzi generali definiti dal Consiglio di Istituto, tenuto conto delle proposte e dei pareri formulati dai (...) genitori (...). Il piano è adottato dal Consiglio di Istituto. Il Dirigente Scolastico attiva i necessari rapporti con Enti Locali e con le diverse realtà operanti sul territorio al fine di rispondere coerentemente alle esigente dell'utenza.

L'Autonomia, infine, viene costituzionalizzata con la Legge Costituzionale n. 3 del 2001, che modifica il Titolo V, parte seconda,  della Costituzione, precisamente all'art. 117 co. 3 "(...) salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche".

Successivo passaggio  verso una scuola aperta al territorio e finalizzata all'istruzione e alla formazione di ogni giovane è rappresentato dalle Indicazioni Nazionali per il Curricolo della Scuola dell'Infanzia e del Primo Ciclo di Istruzione di cui al D.M. n. 254 del 2012. Con esse si attribuisce centralità al profilo delle competenze, si intendono fissare gli obiettivi generali, gli obiettivi di apprendimento e i relativi traguardi per lo sviluppo delle competenze stesse. Entrano, pertanto, in modo netto e significativo nella scuola italiana le otto competenze-chiave per l'apprendimento permanente definite dalla Raccomandazione del 18 dicembre  2006 del Parlamento Europeo e del Consiglio dell'Unione Europea.

Nasce la necessità di una progettualità a lungo termine, ancorata al territorio ma volta all'Europa, di cui il responsabile gestionale sia il Dirigente Scolastico che  è, tra l'altro, il legale rappresentante dell'istituzione scolastica.

 

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